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WhatsApp “diventa” a pagamento

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Sono ormai un paio di giorni che in rete si sta diffondendo a macchia d’olio una notizia: WhatsApp, uno dei più rinomati servizi di messaggistica istantanea per smartphone, è diventato a pagamento.

Il diventare, come vedremo, necessita di essere virgolettato.

Alla base di queste notizie c’è un errore di fondo, infatti WhatsApp non è mai stata una app gratuita.

All’atto dell’installazione, infatti, era specificato che l’utilizzo sarebbe stato gratuito per un anno e successivamente, a tutti coloro che non fossero più riusciti a farne a meno, sarebbe stato chiesto un pagamento per rinnovare la licenza.

Nonostante il contributo da versare sia minimo, nell’ordine di 0,79 centesimi di euro all’anno, sembra che in rete siano già montate proteste, proprio come già accaduto con Instagram e le sue modifiche alle condizioni della privacy.

In questo caso, però, ci sentiamo di dire che tale dissenso è molto meno giustificato ed è causato solo da tanta cattiva informazione e, tocca dirlo, dalla cattiva abitudine degli utenti di non leggere praticamente mai le condizioni d’utilizzo delle applicazioni, così come dei software installati sui propri computer.

L’unico motivo per cui varrebbe davvero la pena di interpellare Brian Acton e Jan Koum, creatori di WhatsApp, è quel che concerne le differenze tra utenti Android, Blackberry e Windows, rispetto agli utenti iPhone.

Infatti chi possiede un melafonino ha pagato WhatsApp € 0,89 € la prima volta, all’atto dell’installazione, ottenendo una licenza a vita.

Gli altri utenti, come quelli Android, meno abituati a pagare le applicazioni, hanno ottenuto la prova annuale gratuita, ma il rinnovo a € 0,79 durerà solo un ulteriore anno, ritrovandosi a pagare, di volta in volta, per rinnovare il servizio.

Tale differenza di trattamento è quantomeno fastidiosa, ma c’è anche da dire che il costo del rinnovo è irrisorio e le polemiche che si sono create sembrano decisamente poco calzanti.

Autore: Gianluca

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